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Maschi, femmine, donne, uomini: di che genere stiamo parlando?

Per parlare di identità di genere potrebbe essere utile partire da alcune domande come: da dove vengono le conoscenze che abbiamo? Spesso ci si dimentica che la maggior parte delle definizioni che si dipanano all’interno della società sono artefatti umani. Qual è la linea di confine tra quello che è dato ed è in natura, e quello che riteniamo vero di per sé anche se è una pura costruzione umana, sociale?


L’identità di genere rientra tra le costruzioni sociali che si danno per scontate, con cui ci si relaziona come se fosse qualcosa di dato e di definito naturalmente. L’identità di genere è il prodotto di un processo di costruzione storico e sociale, attraverso cui le definizioni del maschile e del femminile sono inserite e configurate entro ruoli normativi, prescrittivi e performativi delle identità collettive e individuali. In tal senso il sesso come “dato biologico” diventa la giustificazione, attraverso processi di naturalizzazione, del genere quale sistema di ruoli e differenze.



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Come e quando si apprendono le differenze legate al genere?


L’identità di genere viene appresa attraverso la socializzazione, processo attraverso cui l’individuo entra a far parte della dialettica societaria e la interiorizza. Durante questo processo, il bambino interiorizza il mondo delle persone per lui importanti come l’unico mondo possibile e concepibile.


Il bambino in questa fase è ricettivo ad assorbire gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno; è tuttavia sprovvisto degli strumenti necessari a filtrare le informazioni con cui viene bombardato. Come risultato, i dati immagazzinati in questo periodo della crescita sono tenacemente ancorati alla memoria e diventano parte integrante della nostra identità personale.


Gli stereotipi di genere e la normalità


La socializzazione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione del genere come anche in quella degli stereotipi legati ad essi.


L’aspetto peculiare degli stereotipi è che, essendo una forma di conoscenza aprioristica, essi non sono mai neutri poiché si basano:

  1. sulla frammentazione della realtà sociale;

  2. sull’opposizione simbolica di gruppi;

  3. sull’attribuzione di caratteristiche fisse.


Nello specifico, gli stereotipi di genere sono quelle rappresentazioni, o immagini comuni e semplificate della realtà che, in ogni cultura, attribuiscono determinate caratteristiche alle donne, agli uomini e ai loro rapporti. Essi definiscono la mascolinità e la femminilità sulla base delle caratteristiche e delle qualità socialmente e culturalmente attribuite agli uomini e alle donne.


Sono i “rapporti sociali di sesso” a determinare quel che può essere considerato normale, e spesso naturale, per gli uomini e per le donne. Essendo costruzioni sociali, inoltre, essi possono variare trasversalmente all’interno dei diversi gruppi sociali e mutare nel corso del tempo con i cambiamenti di una società.


Gli elementi propri degli stereotipi di genere, secondo i quali le donne e gli uomini presentano “naturalmente” determinati elementi caratteriali, specifiche attitudini e competenze in quanto donne e in quanto uomini, influiscono in modo significativo nelle scelte che queste e questi compiono nel corso della loro vita; essi creano un terreno favorevole all’esercizio della soggettività: si tenderà quindi a leggere se stessi attraverso gli stereotipi.



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Goffman in un volume del’ 76 intitolato “Gender Advertisements”, raccoglie 508 annunci pubblicitari di quel periodo e dalla loro analisi evince delle invarianti nei modi di rappresentazione della donna nella pubblicità.


I risultati della ricerca dimostrano come la pubblicità ricalchi in vario modo e attraverso vari stratagemmi (la collocazione spaziale della figura femminile, le sue dimensioni rispetto a quella maschile, il genere di tocco che le è attribuito, ecc.) la subordinazione femminile. Gli attacchi femministi a questo genere di rappresentazione pubblicitaria, lungi dall’intaccarla, sono stati sapientemente assorbiti e disinnescati nelle forme delle pubblicità contemporanea dalla fine degli anni 70 fino ad oggi.


Le tre dimensioni del concetto di genere


Sulla base del saggio “Gender: a Useful Category of Historical Analysis” (1986), della storica americana Joan Scott, è possibile indicare tre dimensioni fondamentali del concetto di genere necessarie per la formulazione di qualsivoglia riflessione :

  1. il genere non coincide con il sesso ma è una sovrapposizione socialmente costruita in quanto tale è una realtà dinamica e processuale, che può essere anche decostruita. In più le forme in cui si da il genere cambiano nel tempo;

  2. Il problema delle disuguaglianze legate alla differenza di genere presuppone che non si tratti di un tema unicamente femminista, per la difesa dei diritti delle donne, ma si riferisce alle modalità di relazione fra uomini e donne e alla loro reciproca costruzione identitaria. Il genere è il frutto di un processo dialettico e può emergere solo attraverso i contrasti e la costruzione di legami fra uomini e donne;

  3. La differenza di genere è il riflesso dei rapporti di potere che investono la nostra società. Il dominio maschile trova nel genere un terreno di naturalizzazione della subordinazione sociale della donna.


Qual è il ruolo dei media nel definire l’identità di genere?


Attualmente assistiamo ad un’identità di genere continuamente riprodotta e riconfigurata all’interno dello spazio mediatico televisivo e di rete. In modi molto diversi e affini alle diverse possibilità e proprietà strutturali dei due media.


Per quanto concerne la televisione, solo negli ultimi anni e in misura ancora insufficiente, svariate ricerche testimoniano della persistente segregazione femminile in determinati ruoli e tipi di programmi che riproducono principalmente la divisione di maschi e femmine nei ruoli tradizionali. Ad esempio si riscontra una presenza maggiore di donne in programmi che si occupano di costume, minore rispetto a programmi che affrontano temi politici, economici e questioni internazionali (Dati dell’osservatorio di Pavia, 2002.)



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I messaggi mediatici hanno una rilevante influenza nel vissuto soggettivo, portando all’identificazione di modelli di definizione di sé e dell’altro che rispondono ad attese intersoggettive, socialmente e culturalmente indotte, relativamente al maschile e al femminile.


I cambiamenti più consistenti nella direzione di una maggiore fluidità dei ruoli di genere è constatabile a partire, negli ultimi tempi, dal recente dialogo e commistione fra internet e televisione: il gioco delle identità delle piattaforme virtuali e l’assenza del corpo sono gli elementi del nuovo immaginario contemporaneo. Narrazioni altre in cui la tecnologia, lontano da visioni apocalittiche, si presta al gioco dei significati nella messa in discussione delle identità normative.






Dott.ssa Benedetta Caruso

Membro del team Unobravo Psicologa Cognitivo-Costruttivista https://www.unobravo.net/team/dott.ssa-benedetta-caruso


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