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Dire basta alla violenza di genere


Oggi 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale contro la Violenza di Genere, istituita il 17 dicembre 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.


Nel 1993 la Seconda Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani definisce i diritti delle donne:


«I diritti umani delle donne sono un’inalienabile, integrale e indivisibile parte dei diritti umani universali. La completa e uguale partecipazione delle donne nella vita politica, sociale ed economica a livello nazionale, regionale ed internazionale e lo sradicamento di tutte le forme di discriminazione in base al sesso sono l’obiettivo prioritario della comunità internazionale».

Perchè proprio il 25 novembre?


Era il 25 novembre 1960 quando in Repubblica Dominicana furono trovati i corpi di tre donne in fondo ad un precipizio, le sorelle Mirabal. Patria, Minerva e Maria avevano addosso i segni delle torture subite dopo essere state catturate dagli agenti segreti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo, mentre andavano a trovare i loro mariti in carcere.


La vicenda de “Las Mariposas” (Le farfalle, nome in codice delle tre donne), uccise perché coinvolte in prima persona nella resistenza contro il regime, scatenò una reazione popolare così forte da portare all'uccisione del governatore Trujillo nel 1961 e alla fine della dittatura.


La prima commemorazione delle tre donne si è tenuta a Bogotà, durante il primo Incontro Internazionale femminista nel 1980.



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Cosa si intende per violenza contro le donne?


L’art. 1 della Dichiarazione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne definisce “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.



La violenza di genere in Italia: i dati


Nel 1993 l'Italia emana una legge importante a tutela delle donne: la Legge sul femminicidio (d.l. 14 agosto 2013, n. 93). Ciò nonostante, secondo i dati diffusi il 20 novembre 2019 dal rapporto “Femminicidio e violenza di genere in Italia” della La Banca Dati EURES, la violenza di genere non cala.


Nel 2018 sono stati 142 i femminicidi (+ 0,7% sull’anno precedente), di cui 78 per mano di partner o ex partner. L’85% dei femminicidi infatti avviene in famiglia, anche se nella metà dei casi a uccidere sono altri familiari. Nel 28% dei casi “noti”, le donne uccise avevano subito precedenti maltrattamenti spesso note a terze persone.


É il contesto familiare quello in cui la maggior parte delle volte la donna soccombe in modo definitivo alla discriminazione nei confronti del suo genere. Infatti, se sul totale dei casi di omicidio volontario commessi nei primi mesi del 2018 il 41% delle vittime è di sesso femminile, la percentuale delle donne uccise in ambito familiare e/o affettivo sale al 72%.


Perchè violenza di genere?


La violenza non è frutto di una patologia o di un’anormalità, ma legata, al contrario, alla quotidianità e alla normalità dei rapporti fra uomini e donne nella nostra società.


Si tratta di una vera e propria manifestazione diretta della volontà di dominio e di subordinazione di un sesso, quello maschile, nei confronti dell’altro, percepito come diverso e pericoloso.


I dati raccolti in questi anni dalle Case delle donne ci raccontano che vengono stuprate e picchiate donne di tutte le età, condizione economica, sociale e culturale e che gli uomini violenti appartengono a tutte le classi sociali.



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Il ciclo della violenza


Generalmente gli episodi di violenza si verificano ciclicamente, senza motivo apparente, a intervalli sempre più brevi, susseguendosi in un crescendo di gravità che può mettere in serio pericolo la vita stessa della donna.


Il fenomeno viene definito ciclo della violenza e al suo interno si possono distinguere tre fasi:

  • la costruzione della tensione

  • l’esplosione della violenza

  • pentimento/perdono con un ritorno momentaneo della coppia all’affettività.

Per la donna diventa un susseguirsi di shock che aumentano la svalorizzazione di sé, la sfiducia che la situazione possa cambiare e soprattutto la sensazione che sia impossibile sottrarsi al potere dell’altro.


La violenza agita dal partner all’interno della famiglia tende a stabilire e a mantenere il controllo sulla donna e a volte sulle/i figlie/i. Si tratta di vere e proprie strategie finalizzate a esercitare potere sull’altra persona, utilizzando modalità di comportamento atte a controllare, umiliare, infliggere paura e denigrare la donna.


Mettersi nei panni della vittima


Specialmente agli occhi esterni risulta difficile capire come una donna possa vivere, talvolta per anni, accanto a un uomo che la insulta, denigra, controlla, picchia.

Più che vittime della violenza maschile, le si considera parte del problema, corresponsabili della propria condizione.


Di conseguenza è più facile chiedersi il motivo per cui le donne non reagiscano, piuttosto che il perché l’uomo violento maltratta o uccide. Accade infatti molto più spesso di mettersi -nei panni dell'uomo- piuttosto che in quelli della donna.


"Perché non lo lasci?”: il ruolo della violenza psicologica


Quante volte ci siamo chiesti: “perché le donne non se ne vanno?!”, "perché non lo lascia?!". Una molteplicità di fattori (individuali, relazionali, sociali, culturali e istituzionali) creano le fitte maglie di quella rete che blocca in una relazione maltrattante.


Tra tutti questi fattori un’attenzione particolare va rivolta al potere della violenza psicologica, che crea il terreno in cui il seme della violenza fisica può attecchire, affondare le sue radici e crescere d’intensità e frequenza, in un’escalation che può arrivare anche al femminicidio.


“Mi diceva sempre che facevo schifo, che ero un mostro e che nessuno avrebbe voluto stare con una donna come me, diceva che dovevo ringraziarlo per avermi sposata perché altrimenti sarei rimasta sola…” (J., 32 a.)
“Mi insultava e diceva che ero stupida e non capivo niente. Che il mio cervello era grande come uno spillo…Lo faceva davanti ad amici e parenti, ma anche per strada. Non importava chi ci fosse…. ma la cosa che mi faceva stare più male era quando, lo faceva dinanzi ai bambini e mi diceva che non valevo niente come madre” (M., 46 a.)

Così col tempo viene minata l'autostima della donna, creando una ferita talmente profonda da impedirle di reagire perché, privata della propria identità, pensa di essere fragile ed insicura. Si tratta di un meccanismo che la rende controllabile e quindi più debole, incapace di reagire e di decidere.


Umberto Galimberti nel suo lavoro “Le cose dell’amore” (2004) parla di “affermazione di sé nell’annullamento dell’altro”. Egli aggiunge: “Sembra non esistere passione senza che questo sentimento sfoci nell’immedesimazione con l’altro, con conseguente perdita o smarrimento della propria identità, oppure nel possesso della persona amata, con la tendenza ad escluderla dal mondo […]".



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L'isolamento della vittima


Spesso alle donne viene impedito in maniera subdola anche di poter frequentare famiglia, amici, parenti, di poter lavorare studiare. Alla donna viene impedita la libertà attraverso richieste più o meno manipolatorie, che hanno il risultato di far ritrovare la donna sola senza che lei se ne renda conto. In questo modo l’uomo maltrattante “fa terra bruciata intorno alla donna” creando in lei una maggiore fragilità e una maggiore dipendenza da lui.


L’emozione che prevale su tutte le altre è la paura, che si insinua nella mente della donna, che ne offusca la mente portandola a pensare di non avere alcuna speranza di sottrarsi al suo carnefice.


Come chiedere aiuto?


Molte donne non sanno come muoversi una volta che hanno preso coscienza di essere state vittime di abusi. É importante sapere che in Italia esiste una buona rete di aiuto sinergico tra istituzioni, forze dell’ordine, medici e centri antiviolenza.


Il primo passo è telefonare al numero 1522 e comunicare tutto quello che si è vissuto. A questo punto si viene affidate ad un centro antiviolenza nella propria città. La presa in carico prevede un accompagnamento psicologico, un supporto medico e giudiziario.


La tempestività dell’intervento e della denuncia in questi casi è salvifico. I costi giudiziari sono a libero patrocinio: non sostenuti dalla vittima, ma dallo Stato. Anche in caso di ricovero presso strutture sanitarie e di alloggio in case famiglia, le donne abusate sono difese in modo totalmente gratuito.






Dott.ssa Diana Massa

Membro del Team di Unobravo

Psicoterapeuta Fenomenologica Esistenziale

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