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L’Epifania tutte le feste porta via

L’Epifania cade il giorno del 6 gennaio ed è la festività in cui la Chiesa cattolica ricorda la visita dei Re Magi a Gesù. Il termine “epifania” deriva dal greco ἐπιφάνεια (epifàneia), che vuol dire “manifestazione”, “venuta” e tale significato è stato accostato alla figura di Gesù per intendere proprio l’incarnazione di Dio, la sua discesa sulla terra.


Tantissimi però tendono a ricordare il 6 gennaio non solo dal punto di vista religioso, ma anche popolare, i bambini temono il momento di andare a dormire e vorrebbero rimanere svegli a fissare il cielo attraverso le finestre, non certo per scorgere la cometa dei Magi, bensì la scopa magica che sorregge una delle “streghe” più famose d’Italia e del mondo: la Befana.



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Chi è la Befana?


È davvero una strega? Nella figura della Befana troviamo l’aridità della vecchiaia, cioè della terra che si addormenta. Nello stesso tempo, però, i doni rappresentano l’abbondanza della terra che torna a nascere, che si risveglia, una sorta di felice presagio di ciò che sta per avvenire.


La leggenda della Befana


C’è un’antica leggenda, che racconta di una donna molto vecchia che vola nel cielo guardando verso il mondo, ormai stanca, gettando i semi del futuro raccolto e portando regali. Questa figura altri non è che Madre Natura la quale, dopo essersi letteralmente “prosciugata” per donare la vita, attende di essere bruciata sul falò e risorgere dalle sue ceneri più bella che mai.


La strega bruciata sul rogo ha assunto, col tempo, il valore di capro espiatorio di tutti i mali, un modo per cancellare, buttare via tutte le cose negative, i brutti avvenimenti accaduti durante l’anno, insomma le “zavorre” psicologiche che non ci lasciano liberi di abbracciare il futuro.


Epifania come rinascita piscologica


Dunque, a livello interiore, l’epifania rappresenta la nascita psicologica, che può avvenire solo grazie alla presenza e al riconoscimento dell’altro. Solo attraverso il contatto con chi è al di fuori di me, io posso davvero percepire me stesso.


Avere un’identità significa non solo riconoscersi nelle azioni compiute nel corso del tempo o nella propria immagine, ma anche essere riconosciuti in un mondo sociale.



Eliminiamo le vecchie ”zavorre”? No, trasformiamole in risorsa!


Come nel Medioevo le streghe erano mandate al rogo, così oggi potremmo immaginare un focolaio in cui lasciar andare tutto ciò che ci tormenta e ci fa soffrire, che potrà sciogliersi e trasformarsi in cenere e successivamente in fumo.


Spesso tendiamo a fuggire dalla sofferenza, star male ci spaventa e cerchiamo di allontanare i ricordi o di colmare la mancanza distraendoci, ci sforziamo di dimenticare. Così facendo ostacoliamo l’elaborazione del dolore e della perdita, impediamo l’emancipazione dalla sofferenza che entra nel nostro presente con un’ondata di ricordi o di stimoli dolorosi che grattano la ferita come una lama appuntita, impedendo la cicatrizzazione.


Il dolore evitato si mantiene e si incrementa nel tempo, accompagnandosi spesso ad apatia, rabbia, indifferenza, insensibilità agli stimoli, depressione. Al contrario, il dolore può essere la chiave della soluzione dei nostri problemi. Solo di fronte ad un dolore riusciamo a conoscere meglio noi stessi e le nostre risorse interne, la nostra resilienza, che ci permette di rialzarci e andare avanti.


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Resilienti come un’ostrica


Uscire dalla nostra comfort zone per attraversare ed elaborare il dolore può permetterci di rigenerarci, di crescere attraverso le difficoltà, che non saranno più interpretate come vincoli ma come risorse. La resilienza, è quella forza che ognuno di noi ha dentro di sé e che trasforma l’azione da difensiva in offensiva; quella forza che spinge a crescere attraverso il dolore.


Per comprendere il concetto di resilienza viene spesso utilizzata la metafora dell’ostrica. Un’ostrica reagisce all’entrata di impurità, come un granello di sabbia, producendo la perla. Quando un elemento estraneo penetra nell’ostrica, il mollusco per proteggersi inizia a secernere una sostanza madreperlacea che isola, strato su strato, questo corpo estraneo. La perla è dunque il risultato di una ferita cicatrizzata.



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La tecnica del kintsugi


In Giappone viene utilizzata una tecnica, il kintsugi, una forma d'arte giapponese dove un vaso rotto viene fissato con una resina cosparsa di polvere d'oro. Una volta che la ceramica rotta viene risaldata con l'oro, il vaso diventa più bello e più prezioso rispetto all’originale.


La storia di questa insolita arte risale al 15 ° secolo. Lo Shogun Ashikaga Yoshimasa (1358-1408) aveva rotto la sua tazza da tè preferita e decise di inviarla in Cina per le riparazioni. Al suo ritorno rimase molto deluso dai brutti punti metallici utilizzati per unire i pezzi rotti. Così ordinò ai suoi artigiani di cercare un modo più appropriato di riparazione. I vasai decisero di riempire le fessure con della resina laccata in oro e polvere.


La ceramica rotta divenne così un'opera d'arte! Lo Shogun aveva preso qualcosa di rotto e brutto e lo ha trasformato in qualcosa di bello e prezioso!

Possiamo paragonare questa tecnica alle sofferenze affrontate da tutti noi che sembrano rompere il nostro cuore in mille pezzi, ma possono farci capire che siamo più forti di quanto crediamo di essere.






Dott.ssa Chiara D’Antuono Membro del team UnoBravo Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale https://www.unobravo.net/team/dott.ssa-chiara-dantuono