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Solitudine: cos'è e quando chiedere aiuto

Per secoli i teorici dell'evoluzione ci hanno ripetuto che l'uomo è un animale sociale. In realtà, la vita dell'essere umano è caratterizzata da molti più momenti in cui si è soli. L'evoluzione ha voluto che i nostri antenati vivessero in branco, poi tribù, fino a raggiungere i giorni nostri in cui la società e le istituzioni riconoscono l'individualità di ogni persona come un'entità separata da tutti gli altri.


Questo significa in molti casi non provare un senso di appartenenza. Ci troviamo oggi davanti a una proliferazione dei modi di interagire, sia virtuali che fisici; eppure, sembra essere diventato molto più semplice ritrovarsi immersi nella propria solitudine. È un male? In questo articolo leggerai cosa è la solitudine, che valenza ha nella vita delle persone e l'influenza che esercita sulla mente.



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Quando si parla di solitudine?


Spesso si dice: è una persona solitaria. Gli piace stare solo. La solitudine può essere un piacere?


È interessante notare l'ambivalente traduzione inglese di solitudine: da un lato si parla di solitude, come un momento di raccoglimento e intimità, dall'altra di loneliness, ovvero l'accezione negativa del termine. In effetti, la solitudine potrebbe essere vista come il risultato di questa dualità, dove spesso il lato più vicino alla depressione sovrasta l'altro.


Solitudine, anche in psicologia, viene accostata spesso al termine isolamento: una persona è isolata per mancanza di empatia, sociopatia o disturbi legati alla costruzione di relazioni, a causa di eventi accidentali o scelte di altri. In generale, si può dire che la solitudine, in ogni caso, a lungo termine, crei situazioni di disagio. È vero che ci sono individui più legati alla propria intimità, riservati e solitari, ma non è una condizione che porta piacere a lungo.


La solitudine è una condizione mentale che può rivelarsi costruttiva, se ben gestita, o portare a stati depressivi. In questo secondo caso, stare soli diventa insopportabile, crea sofferenza e anche sfiducia in se stessi, tanto che si entra in un circolo vizioso in cui si ha timore di perdere le relazioni, ma anche di crearne nuove, perché si potrebbe provare un senso di rifiuto.




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La solitudine è reale o è un paradigma mentale?


È meglio parlare di solitudine esteriore e interiore. La solitudine può essere quindi uno stato della nostra vita sociale o anche solo un'emozione che si prova, senza reali riscontri.

La solitudine “fisica”, ovvero mantenersi isolati, a meno che non sia dovuta da un disturbo psicologico riconosciuto, generalmente dura poco. Dipende dal momento della vita che si sta vivendo, dall'umore, dal grado di empatia nei confronti di chi ci circonda o da altri eventi esterni.


La solitudine interiore, invece, ha tempi variabili che, spesso, non trovano conclusione fino all'incontro con lo psicologo. Si tratta di una condizione mentale per cui, anche quando si è circondati da persone e affetto, non si riesce ad apprezzare questa vicinanza. Ci si sente comunque soli.


I sintomi di questa condizione non sono da sottovalutare: potrebbero essere manifestazioni di uno stato di sofferenza più profondo e inconscio su cui è bene intervenire subito. Di solito si presentano in qualsiasi momento della giornata, indistintamente, come un disturbo che c'è e impossibile da debellare. In realtà, è proprio così: la solitudine interiore è uno stato di sofferenza a cui non si può mettere fine con uno schiocco di dita.



Solitudine: desiderata o subita?


Per solitudine desiderata, si intende quello stato della vita in cui una persona si disconnette consapevolmente dalla socialità per stare da sola. È un momento intimo in cui esplorare la propria interiorità, operazione molto utile per la crescita personale ed emotiva. Si tratta di quella condizione in cui si è effettivamente soli, ma non lo si percepisce.


La solitudine subita, invece, è quella più pericolosa: è sempre sinonimo di solitudine interiore, spinge a sentirsi soli anche quando si è circondati da persone, con cui, però, si costruiscono relazioni superficiali che non permettono di sentirsi compresi. A volte, invece, il dolore nasce quando ci si allontana temporaneamente dalle relazioni: finché si sta in compagnia sembra andare tutto bene, ma il senso di solitudine affiora quando si resta soli con se stessi. Spesso, ed è normale nella vita, ci si ritrova isolati dopo un lutto, un divorzio, dopo una violenza, durante una malattia...in questo caso, bisogna intervenire sull'analisi della causa del senso di solitudine, prima ancora del disturbo che porta a sentirsi esclusi.


Questi sono alcuni casi di solitudine interiore che, se non curata, porta anche a stati più gravi di depressione. Come si riconosce?


Sintomi di uno stato di solitudine interiore


Restare un po' soli per pensare o fare ciò che si vuole è un conto, provare un senso di profonda solitudine è un altro. Provare isolamento, incomprensione, deficit affettivi e ansia porta a condizioni psicologiche gravi, come depressione, disturbi ansiosi e relazionali.


Ecco perché, quando si avvertono alcuni sintomi, è bene considerare il consulto con uno psicologo. Tra questi ve ne sono alcuni sociali, mentali e altri anche somatici:

● difficoltà a provare interesse verso la costruzione di legami;

● insicurezza e senso di inadeguatezza;

● timore nei confronti del giudizio altrui;

● percezione di vuoto interiore;

● stress e ansia;

● deconcentrazione;

● risposte infiammatorie del corpo;

● frequenti ricadute in lievi malanni;

● aritmie;

● difficoltà a dormire;

● ipertensione.



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Quando chiedere aiuto


È bene agire quando sentirsi profondamente soli diventa insopportabile, quando si vive una sensazione di sofferenza costante che non permette di vivere a pieno la quotidianità. In questo stato di cose, è un attimo trovarsi in uno stato depressivo che non può far altro che peggiorare nel tempo. Uno psicoterapeuta aiuta ad analizzare l’origine del disturbo e a elaborare i vissuti emotivi che lo causano. La concentrazione di uno specialista si posa soprattutto sulla costruzione della fiducia in sé, dell'autostima e, infine, delle relazioni interpersonali.


La solitudine può diventare una condizione permanente, uno spazio confortevole dove ci si abitua a vivere e, giorno dopo giorno, diventa sempre più complesso uscirne. È un circolo vizioso che crea solo ulteriore sofferenza, anche se, dopo un po', chi ne soffre si convince che stia bene così. Bisogna guadagnare fiducia in se stessi e negli altri, aprirsi e superare la paura di relazionarsi. Solo in questo modo, aiutati da uno specialista, si può uscire dallo stato di solitudine interiore e ricostruire il proprio senso di appartenenza al mondo.




Dott. Riccardo Todaro

Membro del Team di Unobravo

Psicologo Cognitivo-Comportamentale

https://www.unobravo.net/team/dott.-riccardo-todaro


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